La ricerca dell’equilibrio

L’intervista di oggi è con Gabriella Reccia, avvocato marittimista, general counsel responsabile dell’ufficio legale del Gruppo di Nova Marine Carriers SA (gruppo Romeo/Duferco) con sede a Lugano, si occupa di nuove acquisizioni, M&A, joint-ventures, shipping finance e contenzioso marittimo. Reccia siede nel Board di Wista Italy, referente per il settore Internazionalizzazione, curando i  rapporti internazionali e con le associazioni europee Wista, in tutto 16, che riuniscono 800 socie. 

Ci racconta come si è avvicinata al settore marittimo? Per puro caso. Dopo la laurea, di una sola cosa ero certa: desideravo svolgere la libera professione ma in un settore che non fosse inflazionato o saturo. Pur amando profondamente il mare come tutti i napoletani, non avevo prima di allora alcuna particolare vocazione nè tradizione familiare legata ad esso. Distinguevo la prua dalla poppa grazie alle uscite su un piccolo motoscafo di mio zio quando ero bambina anche se, essendo la piu’ piccola dei cugini, al massimo ero autorizzata a tirare su i parabordi. La mia aspirazione era, invece, quella di sovrintendere all’ancora. L’idea di salpare e di urlare “libera” al momento in cui l’ancora era a pelo sull’acqua mi eccitava moltissimo.  Dopo gli studi, fui fortemente incoraggiata da un conoscente, un ingegnere navale, ad indirizzarmi verso il diritto marittimo. All’epoca, prima del 2008, il mercato faceva numeri oggi impensabili, tutto il comparto ne beneficiava e gli studi legali non facevano eccezione. Puntata la prua a destinazione, capii che dovevo mettermi le carte in regola e utilizzai il regalo di laurea dei miei genitori per iscrivermi ad un master in diritto marittimo alla Lloyds Maritime Academy di Londra. Feci, poi, una serie di colloqui nei pochi e noti studi di marittimisti partenopei, all’epoca profondamente restii ad aprirsi a chi non venisse dal settore, da sempre considerato un po’ di “nicchia”. L’Avv. Bruno Castaldo, forse esausto delle soluzioni che puntualmente offrivo ai suo molteplici ostacoli (col tempo ho capito che mi stava misurando), mi scrisse “prendo atto della Sua determinazione e propongo di iniziare un breve periodo di prova”. Avevano in studio un mezzo scrittoio libero e li’ mi appartai, destinata ad aiutare chi si occupava di traduzioni. Era il 23 novembre, di traduzione in traduzione, cercavo di infilare il naso nelle pratiche. Il 21 marzo seguente l’Avvocato tenne un convegno sulle Rotterdam Rules e, nell’occasione, pubblico’ una mia ricerca. Da quel momento, benchè da ultima arrivata, mi sentii a pieno titolo parte dello Studio. 

Come è cambiata la sua quotidianità professionale con l’inizio della pandemia? Molto ma non necessariamente peggiorata, anzi. La mia azienda, di base a Lugano, è stata tra le prime a disporre, in maniera secondo me molto prudente ed eticamente coscenziosa, il remote working anticipando le misure prescritte con un certo ritardo dalle autorità cantonali. Si è, quindi, subito sviluppata una task force che si regge su nuovi equilibri e, devo dire, su un grande senso di responsabilità da parte di tutti i dipendenti. Mi sembra che sia venuta fuori una grande umanità e una voglia di condivisione tra colleghi che non mi aspettavo. Ho notato, ad esempio, che quelle che prima erano fugaci telefonate su questioni strettamente lavorative sono diventate call rigorosamente video, indice del fatto che c’è molta voglia di vedersi, di salutarsi, di appurare come stanno gli altri. La gestione del lavoro e del tempo e’ senz’altro piu’ flessibile e per me che ero abituata a stare un’intera giornata fuori casa, riuscire a pranzare tutti insieme o sentire mia figlia giocare sotto la mia sedia mentre sono al telefono è uno degli aspetti positivi di questa esperienza.  Del resto, nessuno ormai si meraviglia di vedere manine appiccicose toccare la webcam o sentire qualche capriccio in sottofondo mentre si discute un contratto.  E’ l’ufficio che entra in casa. Il nostro CEO ha da subito creato una chat per scambiarci informazioni e, in breve tempo, è diventata un veicolo di idee, notizie, di condivisione ed incoraggiamenti tra ottanta persone di dodici diverse nazionalità. Naturalmente non mancano le battute e, neanche a dirlo, foto di manicaretti di tutti i tipi. E’ un modo per sentirsi vicini considerando che molti dei nostri dipendenti sono lontani dalle famiglie e sono costretti, ormai da piu’ di un mese, a vivere e lavorare in solitaria.

Lei è anche mamma di due bambini di cui uno appena nato! Come riesce a conciliare il tutto? Eh sì, e la prima ha solo quindici mesi. Godendo di ottima salute, ho sempre lavorato fino all’ultimo giorno e ripreso il prima possible.  Premetto che sono molto fortunata perchè ho un compagno presente, rispettoso delle mie scelte lavorative ed estremamente callaborativo. Ce la faccio con molta fatica; siamo oneste e non alimentiamo falsi miti da wonder woman. Con la fatica che fanno tutte le donne, ogni giorno, con incarichi di maggiore o minore responsabilità. Tuttavia, secondo me un segreto c’è e puo’ essere sintetizzato in: organizzazione, rigore, delega. Bisogna essere molto organizzate, i tempi e le attività devono essere ben chiari a tutti e, soprattutto, bisogna scegliere degli ottimi collaboratori (sia in ufficio che a casa) cui saper delegare; attenzione, non impartire ordini. Io ho dovuto impararlo; essendo tendenzialmente una perfezionista (e non lo considero affatto un pregio), ho fatto molta fatica a vincere il pensiero del “faccio prima se faccio io”. Delegare non significa disinteressarsi al problema o lasciare campo libero ma, al contrario, dare ad altri gli strumenti per raggiungere l’obiettivo che hai prefissato e monitorarne costantemente il percorso ed assumendosene le responsabilità. Non è affatto facile e non bisogna mai dimenticare di consentire agli altri l’opportunità tirare fuori il proprio personale contributo. Chi collabora deve essere pensante non esecutore. Bisogna poi guardare le cose dall’alto, con maggiore respiro. Qualche giorno fa, mia figlia mentre era intenta a giocare con la tata, l’ha chiamata piu’ o meno distrattamente “Mami” generando in lei un grande imbarazzo. A caldo, un impeto misto tra ira, frustrazione e senso di colpa avrebbe dovuto cogliermi ed, invece, ho pensato che in quel vezzeggiativo si celava un atteggiamento positivo, sintomo di un benessere affettivo nei confronti di quella persona: vuol dire che avevo fatto in modo che mia figlia stesse bene anche in mia assenza senza che cio’ minasse i ruoli di ciascuno, a lei certamente già ben chiari. 

Tornando al filo conduttore Wista, qual è il valore aggiunto di una donna con responsabilità così importanti? Non credo che una donna, per definizione di genere, apporti necessariamente un valore aggiunto. Ci sono donne e uomini capaci come donne e uomini mediocri. La differenza, facendo una similitudine con la maternità, sta nel fatto che le donne sono per natura create per generare – nel bene e nel male, s’intende – sanno coltivare , accogliere ed attendere e sono avvezze al sacrificio. Questo mix le rende potenti e questa potenza, il piu’ delle volte, spaventa.

Tre aggettivi per definire Gabriella Reccia. Esigente e perseverante (la definizione sarebbe, forse, in termini un po’ meno diplomatici se lo chiedessi ai miei colleghi o al mio compagno..!), ottimista e tendenzialmente autoironica ma e’ l’effetto negli anni del vaccino contro la permalosità’, malattia che posso dire di aver sconfitto con successo.

Crede che ci siano ancora disparità importanti tra i due sessi nel settore marittimo? Certamente ma dobbiamo guardare ai passi da gigante fatti negli ultimi vent’anni che sono incoraggianti. Lo shipping era per definizione un mondo maschile e maschilista dove l’unico elemento femminile era il nome delle navi spesso dedicato, appunto, alle mogli, figlie o madri che di tanto si sarebbero accontentate. Oggi ci sono donne pilota, ufficiali, qualche comandante e, come spesso accade in certi ambienti, quelle poche godono di un certo rispetto. La strada è ancora lunga e per questo associazioni come Wista sono indispensabili ma credo anche che molto dipenda da noi.  Penso, ad esempio, all’abuso che della maternità tante donne hanno fatto in passato soprattutto nel settore pubblico. Tutte gravidanze a rischio (!) ma non abbiamo considerato che il vero rischio che stavamo correndo era quello di essere destinate a stare ai margini e non poter concorrere per i ruoli apicali. Non è maschilismo ma una donna che, senza un vero e valido motivo, si assenta dal lavoro per un anno arreca un danno enorme all’azienda e cio’ ha, piu’ o meno giustificatamente, alimentato le riserve mentali maschili.  

Cosa sogna per i suoi bambini? Una vita serena improntata sull’autodeterminazione. Vorrei che investissero su se stessi e non conoscessero la parola “rinuncia” se non come soluzione di sintesi per un beneficio che reputano maggiore.

Come vede il mondo dello shipping? Lo shipping è sempre stato ciclico con picchi piu’ o meno significativi, lo sappiamo bene e vi siamo abituati.  Ovviamente se si pensa di lucrare al massimo nei momenti aurei e si pretende di non perdere nei tempi di magra, si resta delusi. Ci sono stati operatori che, nei momenti di crisi, hanno gettato le basi per costruire colossi. Quando cambiano gli equilibri, le domande e le rotte, peraltro in maniera cosi’ repentina come è accaduto per l’attuale emergenza sanitaria, si sparigliano le carte e si aprono spazi a nuove occasioni. Abbiamo da pochi giorni preso in consegna in Cina la prima di una lunga serie di unità portarinfuse da 8000 tonnellate e, per quanto sia stato difficile gestire le operazioni a causa del Covid, dalla preparazione degli equipaggi all’ottenimento dei piu’ banali certificati per via consolare, ci sembra un segnale importante di ottimismo e di operatività. I clienti che, a causa o con l’alibi dell’emergenza, tentano di venir meno agli impegni non mancano ma se si ha la possibilità di offrire una certa flessibilità, le posizioni veramente critiche possono essere limitate. Diversamente rispetto ad altre emergenze sanitarie che pure hanno avuto effetti su alcuni traffici, penso per esempio al virus Ebola, la problematica è, stavolta, di natura globale, coinvolge veramente tutti e cio’ se da un lato puo’ destare ancora maggiore preoccupazione per le dimensioni del fenomeno, dall’altro pone un po’ tutti gli operatori nella stessa posizione.

Cosa rappresenta per lei l’appartenenza all’associazione? Wista è stata per me un sostegno, un impegno ed una fonte di ispirazione continua. All’ingresso del mio ufficio è esposto ben visibile un disegno di Luzzatti che facemmo preparare per il ventennale dell’Associazione. Tante donne, tutte diverse e colorate, che remano in una sola direzione, sulla stessa barca. Chi entra è, quindi, avvisato!

Il suo motto. Non posso che dirlo in napoletano “Dicette o’ pappice vicino a’ noce, damme o’ tiempo ca te spertoso”. Disse il verme, rivolgendosi alla noce, dammi solo del tempo e ti perforo.

Facciamo un gioco? Completi la frase “Una donna deve sempre avere..” Un bel paio di attributi nella pochette da tirar fuori, all’occorrenza, prima di mettere il rossetto. Mai perdere la calma ed il sorriso in una negoziazione difficile, soprattutto se con un uomo.. Un bel sorriso e’ estremamente fuorviante  così come una giusta dose di femminilità alla quale non dovremmo rinunciare. Per giunta, l’interlocutore, se maschio, applicherà il più banale dei teoremi maschilisti e abbasserà la guardia. Quello è il tempo giusto per attaccare. 

Per chiudere, quali sono i suoi hobby?  Amo il teatro e la lettura; sono come quei vecchi amici di infanzia,  anche se per un po’ non li frequenti, basta un attimo per riaccendere la scintilla e la memoria.

Una donna alla quale si ispira? Ce ne sarebbero tante: dalle donne delle famiglie matriarcali del passato; penso, ad esempio, alle mogli dei marittimi che si facevano integrale carico della gestione e responsabilità familiare, facendo da padre e madre ai loro figli e prendendo da sole decisioni difficili in un’epoca in cui gli imbarchi erano lunghissimi e i contatti con casa molto  scarsi, alle piu’ moderne figure della politica contemporanea.  Non è un caso che la rivista Forbes abbia di recente notato come i sette paesi che meglio hanno gestito e reagito all’emergenza Covid-19, con scelte veloci e strategiche, siano governati da donne. Degli uomini mi affascina, invece, la linearità, a tratti semplificatrice, del pensiero. Talvolta è risolutiva.

Un luogo del cuore: Ne ho due: un particolare angolo del terrazzo di casa dei miei a Capri, d’estate, al tramonto, tra le otto e le otto e mezza. Il sole rotola sul costone ed infuoca il mare fino all’orizzonte. Ti spiazza. Il secondo è il lungomare di Napoli che ho percorso mille volte all’alba, tra pescatori al rientro e prime luci di attività; ho lasciato a quel mare molti pensieri…

La sfida più difficile che ha dovuto affrontare. Quella che ancora mi attende dietro l’angolo. Le sfide già affrontate sono ormai superate e, come tali, vinte.

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