L’economia del mare passa dall’Università

Oggi facciamo due chiacchiere con Greta Tellarini, Ordinaria di Diritto della navigazione e Direttrice del Master in Diritto Marittimo, Portuale e della Logistica all’Università di Bologna. 

Qual è stato il percorso che l’ha formata come docente? Ci racconta come si è avvicinata al mondo dello shipping? Spesso accade che le scelte più importanti della vita passino attraverso una serie di mere casualità che vanno ad ostacolare o deviare il nostro percorso e così è stato anche per me. Al momento in cui mi sono laureata in Giurisprudenza nell’Università di Bologna non avevo incluso fra le varie possibilità che mi si prospettavano quella di intraprendere la carriera universitaria; solo in un secondo momento, durante il periodo di pratica forense e di preparazione per l’esame di abilitazione alla professione di avvocato, ho maturato il desiderio di riavvicinarmi al mondo accademico: mi appassionavano la ricerca, l’insegnamento e il rapporto con gli studenti.  I primi anni sono stati molto pesanti, come normalmente accade quando si inizia ad intraprendere questo percorso, che è indubbiamente un vero percorso ad ostacoli: tante energie, tante variabili, spesso indipendenti dalla propria volontà, tante incertezze, tra le quali quella di non avere mai la sicurezza di giungere al traguardo. Durante i miei primi anni di carriera universitaria ho trascorso periodi di studio e ricerca all’estero, principalmente nelle Università più conosciute per il diritto marittimo, come la Tulane University negli Stati Uniti e la Southampton University nel Regno Unito; ho scritto le mie prime due monografie; insegnavo dei moduli nei corsi di diritto privato comparato e di diritto della navigazione nell’Università di Bologna, ove la scuola bolognese di diritto della navigazione e dei trasporti era molto attiva e dinamica ed, in contemporanea, per tre anni ho insegnato come docente a contratto di diritto commerciale internazionale nell’Università di Camerino. A 32 anni ho avuto l’idoneità di professore associato di diritto della navigazione nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna nella sua sede appena istituita a Ravenna, ove ancora oggi ho la mia sede di servizio.  


É Professoressa Ordinaria di Diritto della navigazione e Direttrice del Master in Diritto Marittimo, Portuale e della Logistica presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Bologna. Ritiene che ci sia ancora poca conoscenza della vastità del settore marittimo? Se sì perché? Sono ancora oggi convinta che il nostro Paese, una penisola circondata dal mare, non sia un Paese che abbia una reale cultura marittima purtroppo, e che conseguentemente non sia ancora matura la convinzione che attuare una vera ed efficace politica marittima possa essere un importantissimo volano di sviluppo e di rilancio di questo Paese. Probabilmente questa consapevolezza era molto più radicata in passato: ricordiamo che il nostro legislatore fece la scelta di emanare nel 1942 non solo il codice civile, ma anche un codice della navigazione.  E tuttavia oggi i giovani laureati che si preparano a sostenere gli orali dell’esame di abilitazione per la professione di avvocato o del concorso per magistratura hanno tantissime materie giuridiche da preparare, ma non quella del diritto della navigazione. Abbiamo un Paese che anche in ambito istituzionale si è posto in controtendenza rispetto alle scelte comunitarie o di altri Paesi europei: noi abbiamo spacchettato le funzioni e le competenze in materia di economia del mare tra diversi Ministeri, mentre altri Paesi hanno optato per aggregarle in un’unica istituzione e la stessa Commissione Europea ha istituito un DG-Mare. Mi sembra che manchi a livello generale la consapevolezza dell’entità e delle potenzialità del settore marittimo e che non si riesca a definire per il futuro una politica o una strategia per il settore nel suo complesso in una visione olistica che consideri l’economia del mare nella sua globalità. Nel Rapporto finale, appena pubblicato, del Comitato di esperti presieduto da V. Colao non è contemplato il settore dell’economia del mare; si parla di imprese, di sviluppo, di turismo, di ambiente, di infrastrutture, di sostenibilità ed è interessante riscontrare come la parola mare non ricorra mai. 



Albert Einstein affermava che “l’insegnamento deve essere tale da fare percepire ciò che viene offerto come un dono prezioso, e non come un dovere imposto.” Cosa significa insegnare per lei? Affinchè l’insegnamento si ponga come offerta di un dono e non come un dovere imposto, richiamando la bella frase di Einstein, occorre concepire l’insegnamento, e dunque anche l’insegnante, come un insieme di competenze e di doti personali. Nel mio lungo ciclo di studi ho avuto tanti docenti, ma pochi che mi abbiano saputo trasmettere non solo le nozioni e le competenze, ma anche l’entusiasmo e la curiosità dell’apprendimento; l’elemento che distingueva quei pochi era che loro stessi per primi erano animati nell’insegnamento da entusiasmo, empatia e voglia di confronto con gli studenti. Credo che il segreto sia appunto questo: rendere bello ciò che naturalmente non lo è, rendere chiaro ciò che spesso risulta complesso, suscitare attenzione e curiosità ove vi sia disinteresse. 


Quanto è importante il ruolo della formazione? È assolutamente essenziale allo sviluppo e alla crescita sociale ed economica di ogni Paese. Purtroppo, alla resa dei conti, la consapevolezza dell’importanza del ruolo della formazione non è nel nostro Paese così ampiamente diffusa e radicata; si assiste per lo più a tanti proclami ed in concreto a pochi fatti e ciò trova conferma anche solo nell’entità delle risorse che il Governo e gli enti pubblici e privati investono nella formazione. Qualche anno fa ho attivato nella mia Università di Bologna un Master in diritto marittimo, portuale e della logistica, rispondendo in verità alle sollecitazioni che mi pervenivano dai miei stessi laureandi, che desiderosi di continuare un percorso formativo in diritto marittimo oltre la laurea, non trovavano percorsi post-universitari in tale settore in Italia, ma solo all’estero. E tuttavia anche questa esperienza, che attualmente rappresenta un’unicità in ambito nazionale ed in un settore (quello marittimo) in cui la formazione è senza dubbio importante, non stenta ad incontrare limiti e difficoltà in termini di risorse, di opportunità, di interesse.  


Il mondo della formazione e dell’insegnamento cambierà? Ritiene che questo periodo possa essere un’occasione per migliorare/ristrutturare/rinnovare? Certamente la pandemia da Covid-19 rappresenta, e non solo per il mondo della formazione e dell’insegnamento, un punto di discontinuità: in generale l’Italia si trova oggi di fronte al bivio tra cambiare o restare e il cambiamento, anche radicale, ci potrà essere solo se tutti noi avremmo maturato una reale volontà di cambiamento e ciò vale anche nella formazione e nell’insegnamento. Credo che conseguenza inevitabile sarà quella di una maggiore apertura e confidenza delle Università italiane e dei singoli docenti nei confronti della digitalizzazione e dell’attività di docenza a distanza. Mi auguro, tuttavia, che questa emergenza offra anche ulteriori opportunità di miglioramento e di rinnovamento del sistema universitario italiano e del ruolo della formazione, anche professionale, nel nostro Paese.  


Come immagina il mondo dello shipping dopo la pandemia?  È indubbio che l’emergenza da Covid-19 abbia prodotto una grave crisi dell’economia marittima, a cui farà probabilmente seguito nel prossimo futuro una serie di impatti inevitabili, ma imprevedibili in termini quantitativi e qualitativi. L’eccezionale situazione determinata dall’emergenza richiede l’individuazione di immediate ed urgenti misure di sostegno straordinario dell’economia marittima, nonché un’accelerata realizzazione o completamento di interventi ed investimenti, anche già programmati, con effetti nel medio e lungo periodo. Potrebbe essere questo il momento per addivenire finalmente ad un’effettiva strategia nazionale per l’economia marittima, in grado di rendere competitivo il sistema portuale e logistico nazionale: a maggior ragione, l’esigenza di fronteggiare l’emergenza ed i suoi successivi effetti rende oggi ancora più indispensabile una strategia che individui quali modifiche apportare alla pianificazione precedente e quali nuovi percorsi sviluppare, anche in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo. 


Cosa rappresenta l’associazione (WISTA) per lei? Sono entrata in Wista Italy abbastanza recentemente, ma sin da subito ho interpretato questo mio ingresso come una nuova esperienza molto stimolante in cui potermi mettere in gioco. L’anno passato, nel corso del World Maritime Day dell’IMO dedicato a “Empowering women in the maritime community” mi ha fatto molto piacere poter rappresentare l’associazione in diverse occasioni di dibattito sulla parità di genere nello shipping. L’esperienza in Wista è comunque una continua fonte di idee e professionalità, di arricchimento e confronto, di sostegno ed amicizia.

Ha avuto difficoltà in quanto donna a rappresentare un mondo considerato ancora da molti troppo maschile? Le difficoltà non sono mancate sia come donna nel mondo universitario, sia come donna nel settore dello shipping. L’Università italiana oggi conta indubbiamente una forte componente femminile: i dati degli ultimi rapporti di Alma Laurea riportano che le donne rappresentano quasi il 60% del totale dei laureati in Italia con percorsi tra l’altro più brillanti rispetto agli uomini; eppure solo il 20% dei professori ordinari è donna in Italia. Essere poi professoressa ordinaria in un settore quale quello dello shipping, da tradizione dominio maschile, rappresenta indubbiamente un percorso ad ostacoli.
La questione della parità di genere è peraltro oggetto di grande attenzione nel Rapporto finale del Comitato di esperti presieduto da V. Colao, che evidenzia la necessità di garantire in Italia una maggiore rappresentanza femminile nei ruoli di leadership. Un tentativo di colmare questa lacuna è rappresentato oggi dalle “quote rosa”, per le quali non esprimo grande entusiasmo, ma che ritengo siano, al momento, l’unica possibilità per le donne di accedere a ruoli di rilievo, fintanto non intervenga nella nostra società una vera e propria svolta culturale. Ai molti che criticano il sistema delle “quote rose” perchè inidoneo di per sé a valutare e premiare la competenza femminile, dico che si parla di competenza solo quando si tratta di donne e di assunzione da parte delle stesse di incarichi di leadership. 


Una donna alla quale si ispira. Sono tante le donne che si sono distinte nel mondo della scienza, della politica e della cultura e che presentano, ognuna a suo modo, aspetti diversi che possono essere di ispirazione per tutte noi. Se dovessi scegliere tre donne italiane a cui ispirarmi, allora direi Rita Levi Montalcini per la scienza, Nilde Iotti per la politica e Alda Merini per la cultura. Quello che le accomuna? Indubbiamente la lotta per il cambiamento.


Il suo motto. Pazienza e costanza sono le due componenti che hanno sempre animato la mia vita e che credo siano gli elementi imprescindibili per il raggiungimento di qualsiasi traguardo si voglia raggiungere; volendo riassumerle in un motto, allora direi: “Non chi comincia ma quel che persevera”, frase attribuita al grande Leonardo Da Vinci e ora motto della nave scuola Amerigo Vespucci.  

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